In molte città le elezioni amministrative sono ormai alle porte (quattro mesi sono niente per i tempi della politica), e in molte di queste i candidati di centrosinistra saranno scelti attraverso lo strumento “democratico” per eccellenza: le primarie di coalizione. Strumento prezioso, senza dubbio. Ma non privo di problemi. Una delle maggiori criticità è, almeno a parer mio, il rischio di un depotenziamento del candidato, chiunque la spunti, ancora prima dell’investitura, perché se è vero che in teoria tutti i competitors riconoscono e condividono (o almeno dovrebbero) alcuni punti-chiave, in pratica non di rado le divergenze su determinati argomenti “caldi” (immancabili in città anche solo di medie dimensioni) sono così marcate da far dubitare della possibilità di un successivo ricompattamento, di una reductio ad unum per sostenere in modo compatto il candidato uscito vincitore dal gran cimento. In altre parole sembra spesso che in nome dell’agognata nomination non solo non si risparmino bordate (scientemente calcolate, quindi non mero “fuoco amico”) agli avversari, ma anzi si faccia di tutto per svelare le magagne altrui (vere o presunte) pur di ottenere visibilità, rischiando così di compromettere la vittoria della compagine alle “secondarie”, scopo delle primarie stesse, trasformate invece in una sfida senza esclusione di colpi da cui non può che risultare un indebolimento generale dello schieramento ancora “prima di cominciare”, spesso con l’effetto di “bruciare” il vantaggio iniziale sui veri avversari (magari pure malamente usciti da un’esperienza amministrativa culminata col commissariamento). Detto ciò non voglio affatto dire che si debba preferire la “calata dall’alto” del candidato; bisognerebbe trovare semmai un corretto equilibrio tra la “dialettica” (auto)distruttiva e la strategia della “scatola chiusa”, tra il bianco e il nero. Un’opzione potrebbe essere il ricorso a “primarie chiuse” cioè riservate agli iscritti dei partiti della coalizione i quali prima siano chiamati ciascuno in foro interno (attraverso congressi locali, convention) a designare un unico candidato sostenuto da tutto il partito di cui un singolo diventi espressione evitando così pericolose (e imbarazzanti) “faide” interne. Inoltre in questo modo, riservando la designazione agli iscritti secondo lo schema iscritti-partito-candidato si eviterebbe il rischio di distorsione del risultato finale dovuta all’effetto-”ammiccamento” (il più dai tratti demagogici) di candidati minori, “fuori dagli schemi” (ma soprattutto dai partiti) alla caccia dei voti di simpatizzanti per partiti o movimenti estranei alla coalizione, spingendoli a votare per loro richiamando affinità di vedute, al limite dell’incompatibilità, quando non chiaramente in contrasto, con la “piattaforma programmatica” comune della coalizione.
Quest’ultima è un’espressione gergale, da “politichese”, che richiama direttamente una delle polemiche più frequenti in ambito politico, la critica al cosiddetto “professionismo della politica”. Personalmente, se con professionismo si intende non già una sorta di “baronato” clientelare bensì il possesso di competenze tecniche latu senso, frutto di studi ed esperienza e sottoposte alla periodica verifica della base del partito (in altro contesto si direbbe una valutazione per “titoli ed esami”), ebbene ritengo che se così interpretato esso non costituisca affatto un aspetto negativo, ma semmai un punto di forza di un partito o di un’allenza che premia la qualità e il merito, unici freni all’ascesa di presunti “politici” privi in realtà di qualsiasi competenza col rischio che possano lasciarsi guidare da altri in iniziative deleterie per la comunità, o peggio che diventino ostaggi/pedine di malcelati burattinai. In conclusione sarebbe bene che la Politica tornasse ad essere percepita come Beruf, come professione nel senso più nobile del termine abbandonando le facili illusioni da profeti populisti nati dal mito del “ghe pensi mi”. Perché se è vero che nell’agone politico conta la convizione nelle proprie idee, altrettanto importante è non dimenticare mai l’importanza dell’etica della responsabilità, unico modo per realizzarle attraverso la padronanza di quegli strumenti razionali che soli permettono di attuare la logica virtuosa della congruenza tra mezzo e fine: il bene di tutti.