Il pronunciamento della Consulta sull’ammissibilità dei quesiti referendari slitta a domani; il rinvio è forse l’indizio di una spaccatura all’interno del collegio dei 15. Decisione combattuta anche, e soprattutto, per le importanti conseguenze insite in ogni possibile verdetto: o, ammettendo i referendum, ribaltare una giurisprudenza più che consolidata accogliendo l’ipotesi, ad oggi sempre rifiutata, che sia possibile far rivivere una norma già a suo tempo abrogata (ossia il vecchio Mattarellum mandato in soffitta nel 2005, sempre ammesso che il referendum raggiunga il quorum e dia “disco verde” all’abrogazione del Porcellum); oppure, anche per scongiurare il rischio di vuoto normativo, decidere di cassare i quesiti, ignorando non solo l’avviso pro ammissibilità di numerosi ed insigni costituzionalisti (e di circa 1.200.000 cittadini), ma soprattutto correndo il rischio ex negativo di avvallare con lo stimma di “costituzionalità implicita” la (per molti versi dubbia) legge “porcata”. Ai togati l’ardua sentenza.
Rimarrebbe poi una terza strada: la Corte costituzionale potrebbe sollevare un’eccezione di costituzionalità sul Porcellum, demandando un’esame più approfondito della norma in questione… a se stessa. Almeno, in una simile eventualità, potrebbe “aggiustare” la legge elettorale con pronunce “manipolative” senza comunque rischiare “vuoti” in una materia così delicata, vuoti che obbligherebbero un governo “tecnico” a legiferare (crisi di “maggioranza” permettendo) nella più squisitamente politica delle materie. Ma anche in questo caso sorgerebbero i consueti, spinosi interrogativi (di non poco conto) sul venir meno in questo modo, cioè nel caso di “interventi” correttivi della Corte, della separazione tra l’ambito giurisdizionale e quello legislativo e con conseguente rischio di conflitto istituzionale. Il male assoluto che la Corte è chiamata ad evitare, sempre e comunque. E poi dicono che il diritto è noioso.