quasi una fantasia

Un bianco silenzio, sovrumano.

Un battere lieve sui vetri lo fece voltare verso la finestra. Aveva ripreso a nevicare. Assonnato guardava i fiocchi neri e argentei cadere di sbieco contro il lampione. Era venuto il momento di mettersi in viaggio verso l’ovest. I giornali dicevano il vero: c’era neve dappertutto in Irlanda. Neve che cadeva su ogni punto dell’oscura pianura centrale, sulle colline senz’alberi; cadeva piana sulle pianure di Allen e più a occidente sulle fosche onde rabbiose dello Shannon. E anche là, sul cimitero deserto in cima alla collina [...] S’ammucchiava alta sulle croci contorte, sulle tombe, sulle punte del cancello e sui roveti spogli. E l’anima lenta gli svanì nel sonno mentre udiva la neve cadere lieve su tutto l’universo, lieve come la discesa della loro ultima fine su tutti i vivi, su tutti i morti.

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extra legem

Nonostante il labirintico sistema di gestione telematica degli atti della Camera, ecco il noto “emendamento Pini” (“proposta emendativa 30.052. in Assemblea riferita al C. 4623-A pubblicata nell’Allegato A del 02.02.2012″) che così recita:

[...]
«1. Chi ha subìto un danno ingiusto per effetto di un comportamento, di un atto o di un provvedimento giudiziario posto in essere dal magistrato in violazione manifesta del diritto o con dolo o colpa grave nell’esercizio delle sue funzioni ovvero per diniego di giustizia può agire contro lo Stato e contro il soggetto riconosciuto colpevole per ottenere il risarcimento dei danni patrimoniali e anche di quelli non patrimoniali che derivino da privazione della libertà personale. Costituisce dolo il carattere intenzionale della violazione del diritto»;
[...]
«2. Salvo i casi previsti dai commi 3 e 3-bis nell’esercizio delle funzioni giudiziarie non può dar luogo a responsabilità l’attività di valutazione del fatto e delle prove»;
[...]
«3-bis. Ai fini della determinazione dei casi in cui sussiste una violazione manifesta del diritto ai sensi del comma 1, deve essere valutato se il giudice abbia tenuto conto di tutti gli elementi che caratterizzano la controversia sottoposta al suo sindacato con particolare riferimento al grado di chiarezza e di precisione della norma violata, al carattere intenzionale della violazione, alla scusabilità o inescusabilità dell’errore di diritto. In caso di violazione del diritto dell’Unione europea, si deve tener conto se il giudice abbia ignorato la posizione adottata eventualmente da un’istituzione dell’Unione europea, non abbia osservato l’obbligo di rinvio pregiudiziale ai sensi dell’articolo 267, terzo paragrafo, del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, nonché se abbia ignorato manifestamente la giurisprudenza della Corte di giustizia dell’Unione europea»

I commi citati fanno riferimento alla L.117/1988 sulla responsabilità civile dei magistrati. Tale legge già contemplava, definendole, le ipotesi di dolo  e colpa grave. La “novità” è dunque la violazione manifesta del diritto così come definita dallo stesso testo in questione che emenda per l’appunto l’art.2, 3-bis co., l.117/1988. In realtà, nonostante tale definizione, la nuova fattispecie rimane fumosa, lasciando ampio margine discrezionale all’interprete che è chiamato a valutare su basi soggettive la chiarezza e la precisione delle norma la cui violazione da parte di un magistrato si pretende manifesta. Ulteriore limite è poi il riferimento alla “scusabilità” dell’errore, concetto se possibile ancora più sfuggente dei precedenti.  Inoltre, la responsabilità per mancato rinvio pregiudiziale ex art.267 TFUE lascia perplessi alla luce del fatto che lo stesso trattato europeo pone in capo ai soli giudici nazionali chiamati a dirimere una controversia in ultima istanza l’obbligo di rinvio alla Corte di Giustizia; ratio della norma è appunto quello di rendere la Corte interprete uniforme del diritto comunitario, attribuendole una funzione nomofilattica. Ciò che dunque appare sufficientemente limpido è la sostanziale inapplicabilità della norma per quanto riguarda la novità della violazione manifesta. Se perciò gli effetti “positivi” o responsabilizzanti sono assenti, quelli negativi sono più d’uno: innanzitutto si incentiva il ricorso ai già oberatissimi strumenti giurisdizionali. Si può dire anche che il partito della semplicazione ha fatto approvare un emendamento di “complicazione”, con buona pace del pluridecennale tentativo di deflazione del contenzioso, ormai ben oltre il livello di guardia come già rilevato da più di un presidente di Corte d’Appello in occasione della recente inaugurazione dell’anno giudiziario.  Ma il profilo più marcatamente negativo è di carattere metagiuridico cioè l’intento ricattatorio sotteso alla norma, perché se è vero che questa non può che avere scarso rilievo pratico, da un punto di vista ideale si pone un ostacolo al perseguimento della giustizia, sia in termini di qualità (spostando il baricentro dell’asse processuale sul lato della difesa rendendo se possibile più difficile l’operato della magistratura requirente) che di quantità (prevedibile il collasso del sistema). In conclusione lo Stato (potere legislativo) con questo piccolo emendamento ha reso più debole lo Stato (potere giudiziario). La logica in politica sta diventando una pregiudiziale.

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effetto albedo

La morsa del maltempo è alfin giunta sul centro-nord del Paese e con essa, immancabili, i disagi a giustificazione dei quali si è subito invocata la situazione di emergenza. Reclamata però anche da amministratori per poco o nulla coinvolti dagli Eventi (Grandi). Emblematica in tal senso la decisione del sindaco di Roma di tenere aperte le scuole, senza però che vi si svolga attività didattica (?) per via della neve prevista sulla capitale che diventa in questo modo lo specchio – eccezionalmente riflettente, come per una sorta di effetto albedo -  di un Paese che per poco o per tanto (ma quel tanto ampiamente previsto) a priori si ferma, ammesso che prima fosse in movimento, riscoprendosi se non altro idealmente unito una volta tanto per partecipare alla paralisi che si presume generale, in realtà giustificata solo in quelle zone (a Bologna e nella Romagna il manto nevoso ha raggiunto e superato i 50 cm) dove davvero si è in emergenza, pardon in super-emergenza. Ché ormai l’emergenza tout-court è la norma di uno stato (Stato) di per sé non normale, non solo e non tanto sotto il profilo metereologico (toh, d’inverno nevica!). Ma tant’è: tutto serve a invocare la sopravvenuta ennesima eccezione che esclude così, a scanso di dubbi, eventuali responsabilità e soprattutto “scaricando” onori e, soprattutto, oneri ad altri, indefiniti. Nevica governo (latu senso) salvo.

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che vinca il migliore

In molte città le elezioni amministrative sono ormai alle porte (quattro mesi sono niente per i tempi della politica), e in molte di queste i candidati di centrosinistra saranno scelti attraverso lo strumento “democratico” per eccellenza: le primarie di coalizione. Strumento prezioso, senza dubbio. Ma non privo di problemi. Una delle maggiori criticità è, almeno a parer mio, il rischio di un depotenziamento del candidato, chiunque la spunti, ancora prima dell’investitura, perché se è vero che in teoria tutti i competitors riconoscono e condividono (o almeno dovrebbero) alcuni punti-chiave, in pratica non di rado le divergenze su determinati argomenti “caldi” (immancabili in città anche solo di medie dimensioni) sono così marcate da far dubitare della possibilità di un successivo ricompattamento, di una reductio ad unum per sostenere in modo compatto il candidato uscito vincitore dal gran cimento. In altre parole sembra spesso che in nome dell’agognata nomination non solo non si risparmino bordate (scientemente calcolate, quindi non mero “fuoco amico”) agli avversari, ma anzi si faccia di tutto per svelare le magagne altrui (vere o presunte) pur di ottenere visibilità, rischiando così di compromettere la vittoria della compagine alle “secondarie”, scopo delle primarie stesse, trasformate invece in una sfida senza esclusione di colpi da cui non può che risultare un indebolimento generale dello schieramento ancora “prima di cominciare”, spesso con l’effetto di “bruciare” il vantaggio iniziale sui veri avversari (magari pure malamente usciti da un’esperienza amministrativa culminata col commissariamento). Detto ciò non voglio affatto dire che si debba preferire la “calata dall’alto” del candidato; bisognerebbe trovare semmai un corretto equilibrio tra la “dialettica” (auto)distruttiva e la strategia della “scatola chiusa”, tra il bianco e il nero. Un’opzione potrebbe essere il ricorso a “primarie chiuse” cioè riservate agli iscritti dei partiti della coalizione i quali prima siano chiamati ciascuno in foro interno (attraverso congressi locali, convention) a designare un unico candidato sostenuto da tutto il partito di cui un singolo diventi espressione evitando così pericolose (e imbarazzanti) “faide” interne. Inoltre in questo modo, riservando la designazione agli iscritti secondo lo schema iscritti-partito-candidato si eviterebbe il rischio di distorsione del risultato finale dovuta all’effetto-”ammiccamento” (il più dai tratti demagogici) di candidati minori, “fuori dagli schemi” (ma soprattutto dai partiti) alla caccia dei voti di simpatizzanti per partiti o movimenti estranei alla coalizione, spingendoli a votare per loro richiamando affinità di vedute, al limite dell’incompatibilità, quando non chiaramente in contrasto, con la “piattaforma programmatica” comune della coalizione.

Quest’ultima è un’espressione gergale, da “politichese”, che richiama direttamente una delle polemiche più frequenti in ambito politico, la critica al cosiddetto “professionismo della politica”. Personalmente, se con professionismo si intende non già una sorta di “baronato” clientelare bensì il possesso di competenze tecniche latu senso, frutto di studi ed esperienza e sottoposte alla periodica verifica della base del partito (in altro contesto si direbbe una valutazione per “titoli ed esami”), ebbene ritengo che se così interpretato esso non costituisca affatto un aspetto negativo, ma semmai un punto di forza di un partito o di un’allenza che premia la qualità e il merito, unici freni all’ascesa di presunti “politici” privi in realtà di qualsiasi competenza col rischio che possano lasciarsi guidare da altri in iniziative deleterie per la comunità, o peggio che diventino ostaggi/pedine di malcelati burattinai. In conclusione sarebbe bene che la Politica tornasse ad essere percepita come Beruf, come professione nel senso più nobile del termine abbandonando le facili illusioni da profeti populisti nati dal mito del “ghe pensi mi”. Perché se è vero che nell’agone politico conta la convizione nelle proprie idee, altrettanto importante è non dimenticare mai l’importanza dell’etica della responsabilità, unico modo per realizzarle attraverso la padronanza di quegli strumenti razionali che soli permettono di attuare la logica virtuosa della congruenza tra mezzo e fine: il bene di tutti.

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bilanci preventivi

Se al più si oppone il meno il risultato sarà destruente.

è già qualcosa su cui ragionare, in tempo di scelte.

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homo homini furbus

Il naufragio della Concordia, evento catalizzatore dell’attenzione mediatica di questi giorni ha in sé tragicamente il carattere del paradigma. E’ la banalità della stupidità all’ennesima potenza, è l’emblema dello spregio delle regole, formali o semplicemente di buonsenso, per il gusto e  con la presumibile certezza di farla franca. Salvo poi, in caso qualcosa vada storto (cioè, rectius, scattino le sanzioni), trincerarsi dietro la negazione dell’evidenza, o più di frequente, seguire la strategia dell’autocelebrazione o del vittimismo, a seconda dei casi e dei personaggi. Nulla importa degli altri: ugualmente irrilevante che siano passeggeri lasciati in balia delle conseguenze delle proprie azioni sciagurate o normali cittadini che vorrebbero solo che la legge fosse uguale per tutti, a prescindere da persone (ricchi), luoghi (Cortina) e tempi (festività natalizie) di applicazione. E invece non solo la “legge ferrea” sopravvive ma si è “evoluta” da quella, antica, del più forte a quella del più furbo (significativamente: da fur cioè ladro), termine che designa ormai quella schiatta tipicamente italica, forgiata ai suoi più alti/bassi livelli da anni di scandali e intrallazzi massonico-criminali, che si è affinata nel farsi beffe degli inguaribili onesti, altrimenti detti “pirla”. Talvolta certo le conseguenze di tanto opportunismo presentano il conto ai loro ir-responsabili. Poco male, si pagherà, con disappunto per lesa furbizia, per una volta non in nero. E pro futuro vacanze/società/latitanza (pardon, “esilio”) a Sankt MoritzDetroitAntigua; dopotutto non importa dove, ciò che conta è che sia altrove, lontano dalle noie delle regole e, se possibile vista mare. Per godersi dallo scoglio lo “spettacolo” di chi è lasciato ad annaspare senza salvagente, privilegio della classe dirigente.

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reviviscenza (ovvero l’usato garantito)

Il pronunciamento della Consulta sull’ammissibilità dei quesiti referendari slitta a domani; il rinvio è forse l’indizio di una spaccatura all’interno del collegio dei 15. Decisione combattuta anche, e soprattutto, per le importanti conseguenze insite in ogni possibile verdetto: o, ammettendo i referendum, ribaltare una giurisprudenza più che consolidata accogliendo l’ipotesi, ad oggi sempre rifiutata, che sia possibile far rivivere una norma già a suo tempo abrogata (ossia il vecchio Mattarellum mandato in soffitta nel 2005, sempre ammesso che il referendum raggiunga il quorum e dia “disco verde” all’abrogazione del Porcellum); oppure, anche per scongiurare il  rischio di vuoto normativo, decidere di cassare i quesiti, ignorando non solo l’avviso pro ammissibilità di numerosi ed insigni costituzionalisti (e di circa 1.200.000 cittadini), ma soprattutto correndo il rischio ex negativo di avvallare con lo stimma di “costituzionalità implicita” la (per molti versi dubbia) legge “porcata”. Ai togati l’ardua sentenza.

Rimarrebbe poi una terza strada: la Corte costituzionale potrebbe sollevare un’eccezione di costituzionalità sul Porcellum, demandando un’esame più approfondito della norma in questione… a se stessa. Almeno, in una simile eventualità, potrebbe “aggiustare” la legge elettorale con  pronunce “manipolative” senza comunque rischiare “vuoti” in una materia così delicata, vuoti che obbligherebbero un governo “tecnico” a legiferare (crisi di “maggioranza” permettendo) nella più squisitamente politica delle materie. Ma anche in questo caso sorgerebbero i consueti, spinosi interrogativi (di non poco conto) sul venir meno in questo modo, cioè nel caso di “interventi” correttivi della Corte, della separazione tra l’ambito giurisdizionale e quello legislativo e con conseguente rischio di conflitto istituzionale. Il male assoluto che la Corte è chiamata ad evitare, sempre e comunque. E poi dicono che il diritto è noioso.

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